tanto per cominciare

23 09 2007

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Non ci crediamo più. Ci spiace dirlo, davvero; ma ormai è troppo tardi. Non crediamo più che l’etereo Partito Democratico possa davvero essere la risposta di una politica nuova. Non crediamo nemmeno al parlamento più pregiudicato del mondo (perché quando noi Italiani facciamo qualcosa, ci mettiamo d’impegno) che predica bene anzi benissimo, ogni santo giorno, e razzola nella maniera peggiore possibile non appena può… e la cosa davvero incredibile è che al “peggio possibile” non c’è mai limite. Non crediamo più neanche alla “Chiesa Cattolica S.p.A” che ogni giorno cerca di imporre il suo diktat a una nazione laica, laica per Dio! Ops, perdonate il trasporto. Per non parlare della CGIL, il partito dei pensionati, che necessariamente si preoccupa del suo elettorato di riferimento, mettendosi di mezzo a qualunque proposta che -sacrilegio!- prenda in considerazione un periodo di tempo superiore ai 3 anni. Quello che si dice ‘guardare al futuro’, eh?

La cosa ci interessa in modo particolare, dopotutto; siamo due giovani di 25-30 anni, incredibilmente non precari ma, soprattutto, miracolosamente interessati alla politica. Quella vera, però. E sapete cosa c’è? C’è che non ci crediamo più, davvero. E’ chiaro che la destra e la sinistra non esistono: polemizzano davanti alle telecamere e si gettano a braccetto nelle scalate bancarie. Voi giornalisti, dall’altra parte, spesso siete troppo impegnati a lanciare un’emergenza dopo l’altra invece di fare le pulci alle malsane abitudini degli abusivi di Montecitorio. Allarme maltempo, sicurezza, ambiente, immigrazione, esodo, controesodo, carovita; solo per citare gli ultimi. Emergenze periodiche quanto inconcludenti, visto che dopo una settimana nessuno ne parla. Ma non crediamo più nemmeno a voi. A proposito di emergenze: settimana scorsa è stato certificato il primo caso di contagio umano di aviaria… e non l’abbiamo certo saputo dai quotidiani italiani. Vuol dire che fino a questo momento abbiamo parlato di fuffa? E quanti miliardi di euro in tutto il mondo ci è costata?

Torniamo al punto: in realtà non si può pretendere che un lupo in un recinto di agnellini se ne stia buono buono a grattarsi la pancia. Non funziona così, sarebbe irragionevole pensarlo, non è la sua natura. Non è certo colpa sua: è colpa di chi gli ha permesso di entrare nel recinto. Già. La colpa non è del teatrino politico, della stampa accondiscendente, o dei vari insopportabili Corona. E’ nostra. E’ colpa di chi sorride annuendo, di chi non esprime un pensiero critico, di chi trova più comodo fare altre cose. Nostra e di nessun altro. Di chi trova molto più comodo non pretendere il rispetto delle regole, perché chissà mai quanti scheletri potrebbero venir fuori dall’armadio; di chi –anzi- ha il suo piccolo tornaconto nel conoscere l’amico dell’amico che può dare una spinta nel lavoro o può far cancellare la multa per aver parcheggiato nel posto dei portatori di handicap. Nostra, e di ognuno dei 58 milioni di cittadini italiani.

L’etica è una chimera, questo ormai è evidente; è un valore che appartiene a una percentuale troppo ristretta della popolazione. Come, evidentemente, la coerenza. O l’eccellenza. Che parola impressionante: ec-cel-len-za. Provo a scandirla, magari funziona come un piccolo mantra magico. Secondo la teoria più accreditata al momento, l’evoluzione delle specie non avviene gradualmente ma per catastrofi, momenti particolari in cui si avvicendano rivoluzioni e accelerazioni improvvise. In che momento, esattamente, i Dante Alighieri, i Leonardo Da Vinci, gli Alessandro Volta si sono trasformati in Clemente Mastella, Gemelle Kappa e Carlo Taormina? Come è successo che la strada più facile è diventata più interessante di quella giusta? Quando, di preciso, è stato chiuso nel cassetto il principio di reciprocità: quello che in maniera -così ‘out’, così ‘passè’- consiglia di non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te? Quale che sia la risposta, la colpa è nostra. E ce ne assumiamo la responsabilità.

Il punto vero, però, è un altro. Non ci basta più sapere di chi è la colpa, non ha più senso puntare il dito e sentirsi in pace con la propria coscienza di cartapesta, urlare scandalizzati ad una presunta offesa formale per distogliere l’attenzione da una sostanziale mancanza. Forma e sostanza. La democrazia rappresentativa ha fallito, è sotto gli occhi di tutti; non funziona. E’ arrivato il momento di metterci la faccia. E’ questo che è successo due sabati fa; che nessuno dei politici, giornalisti e commentatori ha capito. Del resto, anche in questo caso, non è la loro natura. E’ successo che 325.000 persone sono scese in piazza invece di andare a giocare a calcetto o a fare shopping. E’ un fatto. Trecentoventicinquemila nomi e cognomi -padri, madri, sorelle, fratelli, mariti, mogli, figli- che hanno scelto di esserci. E Beppe Grillo, con il suo V-DAY, non è stato altro che un mezzo: l’innesco di una bomba ad orologeria, il catalizzatore di una chimica tutta nuova.

Tic, tac. I tempi cambiano. Per sopravvivere la “vecchia guardia” dovrebbe adeguarsi rapidamente: ritrovare integrità e altruismo, ricercare l’eccellenza con umiltà, parlare di obiettivi concreti e misurabili. In realtà è abbastanza chiaro che non succederà; anche in questo caso, non è la loro natura. Ma niente panico: c’è chi lo farà per loro. Noi. Costretti a fuggire nel calcio per ritrovare l’orgoglio di essere Italiani, poi nemmeno più in quello. Stiamo ritrovando la passione per la Res Publica, l’unica vera cosa nostra. Certo: nelle vostre analisi, nei vostri commenti, nelle polemiche che nasceranno se mai pubblicherete questa lettera, dopo averla vivisezionata, potreste obiettare che sono solo pensieri di un paio di italiani qualunque. Non un Lele Mora, non una Loredana Lecciso, non un Luciano Moggi… quindi, forse, nemmeno così importanti. Ma, come diceva proprio quest’ultimo, il tempo è galantuomo. Chi vivrà vedrà


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